IL LAVORO PER IL PANE

 

Il popolo mio è qui

dove egli canta

dove il lavoro suo

è per il pane

Per sempre avrà la Primavera

perchè ai cieli lui appartiene

perchè di Terra è fatto

e della Terra fa col sogno

il suo giardino

 

Il popolo mio non ha prigioni

nè torri e nè confini

perchè la sua città di gioia è fatta

di spighe d'oro di filari d'uva

di olio e miele

 

Il popolo mio insorge

nell'ora prima

quando scalzo va sull'erba

che a lui di pace dona

una missione

 

Il popolo mio il mondo non affanna

poichè nati d'amore sono i figli suoi

Poichè cerca con un bacio

la giusta parola

quella che la Terra fa iniziare

là dove le ali si levano

senza far rumore

dove i fiori dicono i loro nomi

 

Il popolo mio risorge

quando consegna la sera

alla tovaglia bianca

e nell'ora che è della cena

il cuore improvviso gli appare

in mezzo al petto

così sfugge al tramonto

che cinge l'ultima rosa

 

E quando il popolo mio sogna

sarà la luna, il cane

sarà il ribelle a custodire

il sentiero l'argine

la trave del soffitto

 

Il popolo mio compie le stagioni

e non altri

non chi coi demoni soffiò

vento di sabbia sul raccolto

non chi piantò il chiodo nelle carni

non chi la spina conficcò

nella fronte

Mite erede della Terra

è il popolo mio

 

 

Il popolo mio è qui

sui campi dove ogni giorno torna

e trova ogni giorno le sue impronte

 

Il popolo mio offre le sue mani

alle distese di colori

all'alba che trionfa sconfinata

perchè dell'Amore la fede lui conserva

 

Il popolo mio è testimone

della farfalla, della foglia che cade

del violino e della pietra

e del sole che si fa sangue

dell'arcobaleno e del vento che trema

della luce che esce

da ogni ferita

 

Il popolo mio è qui

dove egli canta

dove il lavoro suo

è per il pane
 

Questa visione proviene da Mohandas K. Gandhi.

La sua fu la più grande delle rivoluzioni, ancora oggi viva e in atto. Una rivoluzione non solo contro l’imperialismo inglese ma contro la cosiddetta “civiltà” dell’occidente.

Ancora oggi le sue critiche all’orrore provocato dal predominio della tecnologia sull’essere umano e su tutto il pianeta, le sue parole sono dirompenti e suonano vere come nessun’altra.

La civiltà occidentale basata sulla supremazia tecnologica ha ridotto e riduce in schiavitù milioni e milioni di uomini e donne. Per combattere Gandhi invoca il senso del divino e ciò che è sacro e che rende gli uomini uguali, fratelli: la religione.

“Tutte le religioni insegnano che dobbiamo restare passivi di fornte ai beni terreni e attivi per quelli divini, che dobbiamo porre dei limiti alle nostre ambizioni terrene e non averne per quelle religiose”.

La civiltà che Gandhi profetizza e lotta perché venga realizzata è una civiltà che si basa “sull’uso appropriato delle mani e dei piedi”. È il ritorno all’uomo alla sua supremazia di contro a quella tecnologica che lo asservisce e lo distrugge. Questo è il cammino che porta alla pace vera; l’eliminazione dei bisogni superflui, indotti, la fine del consumismo che mette l’uno contro l’altro. Condizione per la pace e la civiltà vera è il non accumulo. Poiché colui che accumula reinveste in mezzi per poi sfruttare coloro che non hanno nulla… E quanto Gandhi è vicini a Marx, in questo punto? È lo stesso punto di partenza, da cui si può ricominciare.

Ecco allora che la rivoluzione “oggi è nei campi”. Una rivoluzione che cancella le multinazionali, la grossa distribuzione e gran parte dei rumori e delle asfissie, del “vivere male”.