“La civiltà, nel senso reale del termine, consiste non nella moltiplicazione ma nella intenzionale e volontaria riduzione dei bisogni. Solo questo porta alla vera felicità e appagamento.” (Gandhi, 20 agosto 1930)

 

Noi dovremo saper affrontare il passaggio da un’epoca all’altra e le nostre scelte saranno determinanti circa l’epoca che c’è nascosta nel futuro. L’impero inglese era per Gandhi come Golia fu per Davide, un gigante.

Oggi il gigante, il grande Golia della civiltà tecnologica e dei media, ha i piedi d’argilla perché è fragile sullo stesso terreno che fonda il suo potere: quello del linguaggio e delle idee. La capacità di agire sul terreno simbolico di creare idee e tradurle in gesti quotidiani può avere per questo un potere sconvolgente di trasformazione.

Come contadini gettiamo quindi questi semi antichi (di una cultura grande che è l’Umanesimo di razza contadina), semi che sono idee e gesti, cultura.

 Il seme perché incarna lo spirito di ri-generazione (“Dopo un raccolto ne viene un altro” diceva Alcide Cervi), di ricostruzione creativa sulla base di ciò che una comunità ha in termini di risorse e di abilità. Il seme perché è simbolo di libertà in un’era di manipolazione. Il seme perché in esso la diversità culturale converge con quella biologica e la questione ecologica si identifica con la giustizia sociale, la pace, la democrazia.

E chi semina ha bisogno soprattutto di una cosa: la speranza, dote culturale che ci è stata lasciata in eredità da un mondo, una cultura che fa, che fatica, che trasforma affinchè questa terra sia veramente la Nostra, quella promessa.

 

GANG