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Ecco il commento di Marco Conforti apparso sul numero unico " LE RADICI E LE ALI  "

LE RADICI E LE ALI è innanzitutto un disco dei GANG e questo già dovrebbe dire molto a chi ha seguito il loro percorso come "indipendenti" . I GANG hanno saputo ritagliarsi negli anni un proprio spazio tatto di coerenza e capacità di parlare con un linguaggio duro ma preciso che li ha sempre distinti dal mucchio."Intanto le giovani bands cercano l'ispirazione tra vecchi dischi e nuove mode e c'è sempre una rissa ad ogni fermata del treno del successo" (THE GANG: Not for sale dall'album"Barricada Rumble Beat" - 1987). LE RADICI E LE ALI sembra essere un'opera decisamente "anacronistica", che parla di cose piuttosto fuori moda in questo nostro mondo occidentale, pacificate e normalizzate.Anacronistico è che i GANG parlino di politica e ancor più che lo facciano da (orrore!) comunisti, che lo tacciano con lo strumento della canzone in un periodo in cui molti loro colleghi sono talmente più avanti da avere ormai rinunciato non già ai valori politici o sociali ma persino a quelli sintattici e semantici. L'anacronismo dei GANG è quello di chi insiste nel difendere la sopravvivenza di specie umane che, la Storia ha ormai condannato a irrimediabile estinzione. E un anacronismo che continua a vedere la Storia stessa come lotta tra oppressi e oppressori secondo uno schema dualistico che la nostra raffinata cultura dialettica ci ha insegnato a diluire in un solvente fatto di sottili distinguo, di considerazioni sull'inevitabilità del progresso tecnologico e sul nostro sistema come migliore tra quelli storicamente realizzati. I GANG sono decisamente poco dialettici, vedono il mondo in bianco e nero, lo dividono in amici e nemici. Tutto ciò urta la nostra sottigliezza e ha raffinatezza del nostro punto di vista 'scientifico" ma la dialettica non si addice ai neri in Sudafrica, agli Indios e ai seringueiros in Amazzonia o ai giovani Palestinesi dell'intifada, non si addice a chi è in guerra. I GANG parlano intatti lo stesso linguaggio duro e fazioso degli sconfitti, dei diseredati e degli oppressi - un linguaggio di guerra - non c'è di che biasimarli (a meno che non si biasimi anche la faziosità dell'informazione di guerra di cui i media hanno dato buona prova durante la recente "operazione di polizia internazionale", ma sarebbe tradimento) c'è semmai da trarne una considerazione: piaccia o non piaccia esiste una guerra in atto, una guerra che per la prima volta in cinquant'anni non ci vede schierati su posizioni ideologiche a far da retroguardia dai nostri salotti, circoli o piazze a una delle due parti al fronte ma vede anche noi europei e italiani direttamente coinvolti: la prima linea non è altrove ma ovunque la parte ricca e la parte povera del mondo - queste le due "nazioni" in lotta - giungano a uno scontro diretto e dunque anche e innanzitutto, se guardiamo all'Europa, qui da noi in Italia. I GANG sentono il dovere di porsi la domanda che chiunque, coinvolto direttamente o indirettamente in una guerra, deve affrontare: "Da che parte stai?", e anche la risposta giunge per loro, come per chiunque abbia avuto nella sinistra le proprie radici culturali e ideologiche, come un imperativo categorico: "Dalla parte del sud del mondo". Ma n questo schierarsi non trovano più al proprio fianco come negli anni settanta una classe o una generazione, ma una rete di culture e di popoli in lotta per la propria sopravvivenza centro l'avanzata da nord del" Nuovo ordine mondiale". Parallelamente anche il loro strumento di espressione, il rock, ha subito negli ultimi anni una radicale soluzione e con esso coloro che ne sono stati portatori o fruitori: "....I giovani come categoria sociale antagonista e portatrice di nuovi valori in contrapposizione a quelli del sistema non ci sono più, o almeno restano sacche di resistenza che sopravvivono in piccole riserve. La "generazione" oggi non è più sintomo di controcultura o ribellismo. I giovani negli ultimi dieci anni sono stati vittime di un'omologazione crescente e questo mito interclassista dei giovani, oggi è funzionale al sistema. lì rock non è più dunque musica o cultura giovanile, anzi i giovani preferiscono per lo più consumare la musica, preferiscono quindi la pop music. Questo non significa che il rock è morto ma che è tempo che si rinnovi e trovi nuova ispirazione non necessariamente nell'universo giovanile. Se ciò non avvenisse ci troveremmo ad avere un giorno tanti gruppi di blues, neopsichedelia, ska, reggae, rockabilly, ecc. che sostituiranno i gruppi di liscio come intrattenimento per vecchietti integrati... I GANG non sono nè americani nè inglesi ma sempre un gruppo rock e la lezione che hanno imparato negli ultimi tempi è venuta soprattutto dal sud del mondo, da una moltitudine di gruppi e solisti che con tutte le differenze e le particolarità hanno assorbito il rock come parte della cultura occidentale urbana ma che hanno anche dimostrato di saperlo far proprio, di impossessarsene per farlo diventare un passaporto per un rinnovamento delle proprie radici e della propria identità" (GANG).  Il rock dunque come l'autentica nuova "musica popolare" degli anni a venire che, accanto alla sua originaria matrice anglosassone, diventi portatrice dei valori e della cultura del sud del mondo. Questa è la "presunzione" dei GANG cioè quanto essi presumano debba essere il loro ruolo come musicisti rock, e questo è anche quanto di essi sostiene Sandro Portelli nella presentazione dell'album: "Per una o due generazioni, da quando lo conosciamo, il rock per noi è stato prodotto d'importazione. Lo amavamo, Io sapevamo interpretare, ne parlavamo la lingua, la sapevamo 'riprodurre' ma non era del tutto nostro, non ci era dato ancora di 'produrlo'. In America era un distillato di esperienza vissuta, da noi era il distillato di un sogno di esperienze alternative. Era ali, non ancora radici.
A mano a mano abbiamo cominciato a capire che non si trattava di inventare suoni uguali a quelli che venivano dall'America (e dall'Inghilterra), ma di inventare suoni nello stesso modo in cui li inventavano i nostri modelli americani e inglesi. Prendere gli ingredienti della nostra storia, rifonderli e stravolgerli per capirli davvero e farli rinascere, e tare con i vecchi discorsi un discorso nuovo, fare con i discorsi nuovi un discorso senza tempo.          I GANG hanno provato a tare una cosa di questo genere. A fare con le fisarmoniche e la bande d'ottoni della loro Italia centrale rurale, di emigranti, contadini e operai, quello che Chuck Berry e Woody Guthrie, Jerry Lee Lewis, Elvis Presley e Hank Williams hanno fatto coi blues e col gospel, con le ballate e col country, coi suoni della loro America meridionale rurale di bianchi e di neri in movimento verso le città. Ma i GANG non hanno ricominciato da capo, perché anche i villaggi delle Marche fanno parte del villaggio globale, e di questo villaggio globale il rock che abbiamo assimilato è ormai il linguaggio. Sono almeno tre generazioni che anche in campagna fisarmoniche e bassi tuba sono uno sfondo sbiadito, che bisogna tendere l'orecchio per percepire, mentre cresciamo anche noi con il blues e i Clash in primo piano. Anche questi sono 'suoni genuini' delle nostre radici, capaci di darci le ali: di aiutarci sia a ricostruire chi siamo, sia a immaginare come potremmo essere. Non tutti i 'banditi' del pantheon dei GANG mi stanno simpatici. - ma forse non esistono banditi senza tempo, ogni tempo ha i banditi che si merita. Eppure mi pare importante che, citando e rovesciando un antico slogan antifascista di Woody Guthrie, i GANG suggeriscano che, come la sua chitarra diventava un arma, cosi forse è nostro compito far si che le armi diventino chitarre".  Il rock costituisce per i GANG un proprio bagaglio, ciò che ci si porta dietro quando si intraprende un viaggio, e il viaggio va inevitabilmente verso sud, inteso come luogo politico prima ancora che geografico, il luogo dove avvengono sfruttamento ed emarginazione, il serraglio da cui il mondo sviluppato attinge da oltre un secolo forza lavoro e contemporaneamente la discarica dove gettare gli scarti materiali e umani - del processo di produzione. In questo senso non occorre andare tanto lontano per scoprire il sud del mondo, lo si trova nel meridione d'Italia, come nelle centinaia di migliaia di persone che vivono per strada o nelle fogne à margini delle metropoli americane, come nelle masse che ogni giorno si riversano in Europa da paesi ridotti alla fame. Questi uomini sono portatori di culture diverse ma destinate inevitabilmente a integrarsi con la nostra, modificandola e il rock appare allora come la forma culturale più duttile e disponibile all'integrazione in quanto nata essa stessa da fusione e integrazione di suoni e voci provenienti da culture lontane se non in conflitto quali quelle dei bianchi colonizzatori e degli schiavi africani. Ma LE RADICI E LE ALI non è un disco di "World Music", non pretende di dare questa integrazione per realizzata ma tenta di dare (o ridare) al rock italiano uno sguardo e un'attenzione verso il proprio tempo che sembravano da anni dimenticati. Semmai nuova è la direzione di questo sguardo, nuovo è il capovolgimento del guardare a sud con le lenti del rock e dell'impegno sociale - cosa piuttosto rara qu da nei, e in questo senso si può letteralmente parlare di opera "controcorrente". E controcorrente LE RADICI E LE ALI lo è fin dalla copertina, ideata da Gianni Sassi fondatore e anima della Cramps nonché autore di testi per gli Area e il primo Battiato. L'Italia rovesciata e protesa verso Sud appare quasi punto d'incontro tra mondo sviluppato e terzo mondo, quinta e sesta potenza industriale in rincorsa sempre più affannosa del treno europeo ma con un meridione ormai sempre più "libanizzato", un paese che sembra incarnare le contraddizioni di entrambi i mondi avendone in realtà ben pochi aspetti positivi. L'Italia dunque come uno dei teatri in cui' potranno in futuro "esplodere le contraddizioni" del nuovo assetto mondiale, un microcosmo che sarà sempre più con i suoi problemi "locali" (questione meridionale, immigrazione, problemi ambientali, ecc.) specchio di una situazione generale da cui è illusorio pensare di essere immuni.      Da queste considerazioni il discorso potrebbe facilmente allargarsi e addentrarsi in terreni più propri della politica "professionale" che della musica. Del resto quello che avevano da dire i GANG lo hanno detto con personaggi delle loro canzoni, da Bresci e Cavaliere a Curcio, a Chico Mendes, a Johnny lo zingaro e al vecchio comunista della canzone che dà il titolo all'album. Ascoltiamoli.

Marco Conforti

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