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Intervista rilasciata ad Alberto campo tratta
dal libro "Nuovo rock Italiano" ....
La regola è confermata da alcune eccezioni, rare ma
significative: musicisti e gruppi che in qualche modo hanno dato una parvenza di
continuità fra la scena degli anni Ottanta e quella attuale. I Litfiba, anzitutto, e poi
i CSI - metamorfosi dei CCCP - e anche i Gang. Proprio la vicenda di questi ultimi sembra
condensare in modo simbolico contraddizioni, qualità e alterne fortune di quella stagione
del rock nazionale. Esordiente al principio del decennio come Paper's Gang, la formazione
marchigiana mosse i primi passi assumendo una posa che la rese controfigura dei Clash
nella retorica politica, nell'abbigliamento nel suono. Lo dimostrò in modo inequivocabile
il debutto discografico, TRIBES' UNION, edito come autoproduzione nel 1984, dopo la
definitiva abbreviazione del nome. Apice di quella fase della carriera dei Gang fu, tre
anni più tardi, lalbum BARRICADA RUMBLE BEAT: dinamico e ruspante esempio di combat
rock che poteva contare sull'autorevole complicità del cantautore
londinese Billy Bragg. Il lungo e faticoso processo di emancipazione dall'ingombrante
modello originario cominciò con il disco seguente: Reds. Benché ancora anglofone, le
canzoni incluse contenevano i primi indizi della ridefinizione stilistica in corso: il
gruppo dei fratelli Severinì attenuò allora l'impeto rock del proprio suono per trovare
affinità e parentele possibili con la tradizione della musica popolare italiana. Ciò
coincise, inoltre, con la sofferta decisione di accasarsi presso una grande compagnia
discografica, la CGD. Accadde tutto nel 1989: il nuovo decennio alle porte consigliava
evidentemente un drastico ripensamento dell'identità stessa del rock italiano. Il
cambiamento era ormai questione di vita o di morte.Gang
Il disco appena uscito è intitolato Reds "rossi": non credete
che un'immagine simbolica così netta sia in qualche modo statica e impedisca riflessioni
più articolate?
Potremmo rispondere con una frase di Woody Guthrie: "Non sono stato mai un buono
stalinista, ma non sono stato mai fuori dal rosso". Il rosso non è solo un dato
politico: è un colore che per noi rappresenta la passione e il bisogno di uno stile
positivo. Lantidoto indispensabile contro il virus dilagante in questi anni, che
provoca cinismo, adattamento, individualismo. Rosso è molto più di un'ideologia, per
noi: è un modo di affrontare il presente, scavare nel passato, costruire il futuro. È in
questo luogo, con questo scenario, che si è sviluppato il terzo capitolo della storia dei
Gang. La nostra gente è oggi dispersa, priva di punti di riferimento e rappresentatività
politica. Esistono però rabbia, malcontento, disperazione e tante piccole molecole di
resistenza che contribuiscono a tenere acceso il fuoco sotto la cenere. Rosso è il
simbolo di tutte queste cose.
È poi così vero che il rock si presta ai linguaggi della politica? Non è un luogo
troppo ameno per simili discorsi?
Crediamo che le canzoni, quando nascono come cultura e non in modo artificiale, siano
strumenti di sopravvivenza, di liberazione personale e politica. Proprio oggi, di fronte a
un'omologazione planetaria dei linguaggi, al "villaggio globale", osserviamo la
presenza di modelli musicali e culturali di resistenza e opposizione. Non si tratta di
fenomeni di revival o folclore, ma di forme culturali che consentono di intessere un
rapporto con il proprio passato è, nello stesso tempo, definiscono un'identità per il
presente. Venendo al rock, occorre che oggi superi la sua collocazione subculturale nei
limiti dell'adolescenza: musica e forma espressiva di una categoria sociale transitoria.
Soprattutto oggi che tale categoria ha perso la rilevanza culturale, politica e sociale
che aveva negli anni Sessanta. I Gang stanno dentro questo processo di trasformazione del
rock e cercano di farsi portavoce della realtà sociale in cui vivono.
È in questo senso che va intesa la conversione folk che distanzia Reds dai dischi
precedenti?
È un nostro modo di agire sperimentato già in passato, quello di collaborare con
personaggi provenienti da esperienze musicali diverse dalla nostra. Altre volte abbiamo
lavorato con musicisti di jazz, blues e rhythm'n'blues, mentre adesso ci è capitato di
farlo con artisti provenienti dalla scena folk. Abbiamo deciso di approfondire quella
realtà musicale spinti dalla voglia e dal bisogno di arricchire la personalità del
gruppo con nuove sonorità. Abbiamo scoperto così che vi sono artisti che non si dedicano
al folclore con intenti revivalistici, bensì con lo scopo di rivitalizzare quelle
tradizioni. Si tratta comunque di una contaminazione parziale dell'identità dei Gang,
poiché anche in REDS continuiamo a essere un gruppo
che appartiene alta tradizione rock, al
linguaggio e alla struttura di quella musica. Non sapremmo dire se si e trattato di
un'esperienza occasionale, ma possiamo affermare con certezza che il prossimo disco sarà
un'altra cosa ancora.
Non credete che scrivere e cantare testi in italiano renderebbe più incisivo il loro
significato?
Per quanto ci riguarda, il nostro pubblico non ha avuto mai problemi per
"comprenderci", sebbene vi sia da parte nostra un esigenza sempre più marcata
di comunicare anche attraverso le parole. C'è una differenza tra linguaggio e parola:
finora abbiamo dato la precedenza a un linguaggio, nella fattispecie il rock, che è
immediato e coinvolge il corpo prima della mente. In futuro, probabilmente, faremo
comunque dei tentativi per allargare la nostra azione anche nell'altro senso.
Il "nuovo rock italiano" sta per varcare la soglia del decimo anno di vita:
proviamo a farne un bilancio...
Abbiamo guardato sempre al rock italiano come a un fenomeno molto importante: lo
consideriamo come se fosse un campo di battaglia, poiché sì tratta dell'ambito in cui si
sono sviluppate le forme di aggregazione giovanili resistenti ai modelli di integrazione
imposti dal sistema dominante, durante gli anni Ottanta. Da un lato ci sono i gruppi che
esistono da parecchi anni, i quali per sopravvivere hanno dovuto vederne di tutti i
colori, ma che oggi riescono a esprimersi a livelli più che interessanti: pensiamo che
per loro non sarà un grande problema continuare a migliorare. D'altro canto ci sono i
giovani gruppi: per loro è più difficile, perché devono affrontare una realtà spesso
ostile: locali che non ospitano concerti, etichette indipendenti avventuriste e così via.
Ciò che occorre adesso è una battaglia di ampio respiro sulla questione degli spazi
(sale prova, centri sociali), che rappresentano l'unica vera garanzia di sopravvivenza per
i gruppi che non vogliono adeguarsi alle mode e agli indici di mercato, ma semplicemente
dedicarsi a un'espressione musicale libera e creativa.
E già che ci siamo, facciamo un bilancio dell'avventura dei Gang...
Quando uscì TRIBES' UNION non credevamo certo di arrivare alla notorietà che abbiamo
adesso: avevamo lanciato una sfida che dura ancora. Oggi possiamo dire di avere vinto
alcune battaglie e di esserci guadagnati un posto da cui far sentire ancora più
chiaramente ciò che pensiamo. Crediamo di averlo fatto con dignità e orgoglio, le
qualità che la nostra gente ci ha insegnato, e con molta energia: tutta quella che in
tanti concerti il nostro pubblico ci ha regalato, incoraggiandoci a proseguire. Il primo
brano con testo italiano registrato dai Gang fu una versione de La musica ribelle di
Eugenio Finardi destinata alla compilation intitolata UNION, uscita nel 1990. In
quel disco alcuni gruppi dell'ultima generazione - Litfiba, Avion Travel, Panoramics,
Allison Run, gli originalissimi veneti Plasticost si cimentavano con pagine classiche
della musica leggera nazionale - Modugno, Battisti, Dalla, Battiato - tentando di sanare
una dolorosa frattura culturale. Lo si può considerare il punto di svolta nella vicenda
della formazione marchigiana: l'anno seguente, infatti, i Gang realizzarono LE RADICI E LE
ALI un album concepito ricorrendo per la prima volta a testi in madrelingua. Un buon
disco, unico difetto del quale era di avere radici forti e ali deboli, nel senso che -
definitivamente dismesso il prototipo Clash - esso aderiva saldamente a un nuovo modello
di riferimento - la scuola cantautorale - senza riuscire a rielaborarne il lessico in modo
sufficientemente creativo. Ciò divenne ancora più evidente con l'opera successiva,
STORIE D'ITALIA, confezionata affidandone la produzione a Massimo BuboIa, già ghost
writer per conto di De André, Bennato e Venditti. Ovvio che a quel punto i Gang
rischiassero di appiattirsi sul canovaccio classico della canzone d'autore, assumendone
anche i difetti - verbosità, musicalità scialba, autoreferenzialità - che l'avevano
reso obsoleto già negli anni Ottanta. Non a caso, l'ultimo disco pubblicato -UNA VOLTA
PER SEMPRE - è ulteriore testimonianza di scarsa spregiudicatezza. Se i Gang
possono essere considerati il simbolo della faticosa e contraddittoria evoluzione del
nuovo rock italiano, i Litfiba ne incarnano la timida vocazione al successo. Affermatosi
su scala nazionale con la pubblicazione di DESAPARECIDO, il gruppo aveva perfezionato
durante la seconda metà degli anni Ottanta la propria originale rilettura in chiave
mediterranea dei codici della new wave angloamericana. In album quali 17 RE e TRE, editi
tra il 1987 e il 1988, intervallati da un disco - APRITE I VOSTRI OCCHI - registrato dal
vivo nel mitico Tenax di Firenze, i Litflba avevano definito la propria identità e
consolidato la consistenza del loro pubblico. Anche in questo caso, tuttavia, fu
l'incombere del nuovo decennio ad alterare in modo decisivo il corso degli avvenimenti:
nel volgere di pochi mesi l'assetto della formazione mutò radicalmente - rimasero
depositari del nome i soli Piero Pelò e Ghigo Renzulli - e venne deciso altresì il
grande passo verso il mercato discografico istituzionale", una volta ancora
rappresentato dall'intraprendente CGD. Epitaffio dei primi Litfiba fu un nuovo album dal
vivo, per altro sensibilmente manipolato in studio: PIRATA. Spettò proprio a un brano
inedito incluso in quel disco -Cangaceiro- il compito di spianare la strada verso il
successo per il gruppo fiorentino. I nuovi Litfiba fecero il botto nel 1990 con EL DIABLO
album nel quale il duo Pelù Renzulli riuscì a compiere un'efficace opera dì
semplificazione del proprio stile, a quel punto interpretabile come una specie di hard
rock in salsa latina. EL DIABLO sbarcò nell'hit parade nostrana e sancì in modo
definitivo lo status di rockstar dei Lìtfiba, frattanto apprezzati anche oltre confine in
festival quali il Transmusicals di Rennes, in Francia (dove il gruppo si esibì
anche nelle feste di piazza convocate a Parigi dall'associazione Sos Rascisme e dal
quotidiano LUmanitè, e quello danese di Roskilde. Funzionava bene anche là
il connubio fra l'istrionismo chiassoso di Pelù e il solido rock orchestrato da Renzulli
e soci, vale a dire l'alchimia artistica e umana che ha fatto la fortuna del gruppo in
patria. Più dell'intrinseca qualità dei dischi, è stata proprio l'incessante attività
dal vivo a reclutare il pubblico che ha decretato il trionfo dei Litflba: l'unica banda
del rock nazionale adatta al consumo di massa.
Alberto Campo |
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