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Dal Buscadero del giugno 95..... scrive Vincenzo
Cavallarin
Venerdì 31 Marzo ore 16,00. Puntuale come un soldato mi presento all'Esagono Recording studio di Rubiera, a quindici chilometri da Reggio Emilia sulla
via Emilia verso Modena. L'appuntamento è con i fratelli Severini: i Gang. In
questi giorni stanno ultimando la registrazione del nuovo attesissimo disco di prossima
uscita. Marino Severini mi viene incontro con cordialità e con una rilassatezza
inaspettata visto il periodo di super lavoro in cui è attualmente impegnato: mentre mi fa
accomodare, suo fratello Sandro sta registrando, seduto con la chitarra sulle gambe.
L'ambiente dello studio escludendo un poster di Hendrix sulla destra e uno di Richards
stilla sulla sinistra è praticamente arredato dalle chitarre acustiche dei Gang, e in un
angolo, più in disparte, riposano la vecchia Telecaster di Marino e la Les Paul di
Sandro. Mi brillano gli occhi. I Gang sono un vero e proprio punto di riferimento, verso
la poesia verso la politica e il tirando del lavoro. Insonnia è musica fatta da gente che
pensa in maniera totale alla vita, e riesce a raccontare con quella sintesi che è tipica
dei songwriters di razza, preziose interpretazioni del reale che dialoga con la coscienza
e crede all'utopia Marino Severini parla, ed è molto interessante ascoltarlo mentre cerca
di spiegare le sue argomentazioni. ma il tempo è poco. torse però non basterebbe tutta
la giornata, e più di quaranta minuti servono solo ad accennare i terni elaborati in una
vita intera.
Quali saranno i contenuti del fatidico terzo disco con le liriche in italiano?
Questa è lultima tappa della trilogia cominciata cori le «Le radici e le ali» nel
'91, continuata con «Storie d'Italia» nel '93 ed ora si conclude con questo
disco. La canzone che apriva l'album "Le radici e le ali" si chiamava
"Esilio», mentre lultimo brano dì questo viaggio che sta per concludersi è
"Il ritorno". Questo disco che uscirà nei primi giorni di giugno, si chiama «
Una volta per sempre», sono dodici canzoni che rappresentano dodici prove, dodici
avventure. Mentre nell'album precedente il nostro interesse si era concentrato sul
rapporto con la storia, questa volta sono il mito e la mitologia il nucleo del disco. I
protagonisti di questo viaggio saranno dodici personaggi che intraprenderanno dodici
avventure. Questo ritorno tra i dodici è il simbolo di un ritorno all 'uomo e al suo
tentativo di ridefinirsi. Le canzoni rileggono un po classici della mitologia del
viaggio dall'Odissea alla Commedia fino al Dori Chisciotte ad esempio. Per quanto riguarda
le caratteristiche musicali dell'album, lo vedo come una sintesi tra i tanti linguaggi che
abbiamo attraversato: il rock quindi si contaminerà con la musica popolare ma anche con
la musica classica e con la musica per banda: ogni canzone avrà i sapori diversi
linguaggi che abbiamo vissuto, e di questi si colorerà.
Eurialo e Niso, Mustapha, i personaggi narrati in Kowalski sono dei simboli che
immagino si siano evoluti e cresciuti nel disco che state registrando?
Si, certamente, rivivranno nei dodici personaggi presi in prestito dalla mitologia,
dellultima storia dItalia. Sono punti fermi del paese: dal mondo contadino via
fino ad arrivare alla modernità. Nel disco nuovo queste vite saranno rappresentate nel
territorio della tragedia e del mito.
Attorno alla musica dei Gang, convergono moltissimi artisti che sono saldi sul vostro
carrozzone, arricchendolo del vissuto personale.
A parte i più conosciuti, come Massimo Bubola e la Banda Bassotti, ci
sono moltissimi personaggi del mondo della musica Jazz e folk: Antonello Salis ad
esempio, però anche molti amici del paese, coi quali, nel '93, abbiamo girato anche un
video. Nel disco nuovo si è cercato di lavorare con gli stessi musicisti per ragioni di
continuità di sound le eccezioni sono Walter Calloni alla batteria e Giancarlo
Parisi, che è stato con noi sui palco per oltre due anni, poi voglio ricordare tante
altre piccole collaborazioni come quella di Enrico Micheletti che era ari nostro idolo
de/l'adolescenza e infine ci sono anche i bambini dell'Esagono che faranno un coro.
Quando avete registrato «Storie d'Italia», era il momento in cui sembrava che
l'Italia avesse toccato il fondo: peggio di quanto era successo negli anni '80 si pensava
non poteva accadere, ma così non è stato, e anche gli ultimi luoghi simbolo della lotta
operaia sono caduti, mi riferisco a Sesto San Giovanni, a cui voi stessi avete dedicato
una canzone.
Cè stata sicuramente una grossa crisi, una grossa confusione, che ha caratterizzato
un po tutte le aree politiche, poi a questa è seguita una frammentazione dei valori
di solidarietà, uguaglianza e più in generale di tutto quel bagaglio che apparteneva
alla sinistra e che ha contribuito in maniera determinante alla costruzione di una
democrazia. Questa frammentazione io la interpreto così: quello che è accaduto è stato
una vera e propria dispersione di tutto ciò che era, ma non credo in una fine dei bei
tempi, quanto piuttosto in una dislocazione di quelle energie in luoghi diversi. È
altrove che rivivono quegli ideali, si mettono in discussione e riaggregano le persone. Se
Sesto San Giovanni ha perso il valore simbolico che aveva, questo non significa che sono
morti i valori della sinistra, questi oggi vivono in luoghi che ancora bisogna cercare e
chi vuole farsene interprete è bene che si metta in movimento. La nuova politica è da
questi luoghi , che ancora non trovano voce sui giornali e neanche in parlamento, che
dovrà trarre la propria linfa vitale. Il sogno deve continuare ad esistere grazie a
queste nuove energie, oggi si vive solo di presente e la storia non ha voce in capitolo.
La reinterpretazione dei valori la stanno compiendo minoranze, e non sui vecchi scenari ma
su nuovi paesaggi.
Dalla semplicità dei primi dischi cantati in inglese alla complessità
delle ultime produzioni, ne è passata di acqua sotto i ponti.....
Senza dubbio, però ciò che conta è lo spirito che ci sostiene nel lavoro. La curiosità
che proviamo, è quasi da bambini, quando cerchiamo situazioni musicali nuove. Poi ci sono
tanti incontri che abbiamo fatto in questi anni. Lorganizzazione di qualsiasi lavoro
cerchiamo di realizzarla sempre in maniera collettiva, dallunione di energie anche
molto diverse può nascere qualcosa di buono. Personalmente non ho mai creduto in chi si
chiude nella torre davorio.
Che musica stai ascoltando in questo periodo?
Di tutto. Ma ciò che mi ha più entusiasmato in questi ultimi anni è la World music,
questo è un grande rinascimento musicale che proviene dall'Africa. Poi anche tantissime
cose che provengono dall'America, come l'ultimo di Robbie Robertson.
Con «Le radici e le ali» avete mosso le acque. Avete dimostrato alle major che
si poteva fare musica con contenuti validi, raggiungendo anche una certa credibilità
sotto il profilo delle vendite.
La conseguenza è stata una generale attenzione verso tutto l'underground.
Non penso che i Gang abbiano influenzato le case discografiche dal punto di vista del
mercato, può darsi che ci sia stata più attenzione verso i gruppi giovani. Ma la mia
presunzione, tipica di chi comincia già ad avere i capelli bianchi, è quella che ciò
che i Gang fanno possa essere utile ai nuovi gruppi. Questa è la più grande
soddisfazione che posso ricevere.
Ogni volta che andate in studio è più difficile della volta precedente?
Non ho mai vissuto bene il periodo da passare in studio, ma questa volta sono molto
rilassato, anche grazie all'Esagono che è un posto dove ci sono oltre che professionisti
in gamba, anche degli amici Poi rispetto al passato, l'importante è far arrivare chiaro
un messaggio alla gente. Facciamo solo canzoni, non siamo musicisti, ma abbiamo in mente
una scommessa presuntuosa che è quella di cambiare i modelli della canzone leggera
italiana. La canzone è tanti anni che viaggia nella stiva della nave, nascosta da
linguaggi più pesanti: limportante è che il viaggio continui con tutti i suoi
passeggeri: il saggio filosofo, il fumetto, il cinema, il romanzo, il teatro , ma al
timone della nave vorrei vedere la canzone.
Cosa ne pensi del tipo di comunicazione che le "posse" stanno attuando in questi anni? Mi
riferisco al linguaggio più che al messaggio.
È liper realismo, di chiara derivazione americana, a cui ultimamente fa capolino
anche la sinistra. Non vorrei neanche che entra in un discorso così, perché non mi
appartiene, solo lontanissimo per cultura da questo modo di fare. Larte è sempre
altro, è una interpretazione della realtà. Non mi piace il momento in cui larte e
realtà esterna vengono a coincidere, estromettendo linterpretazione. In questo modo
si annullano tutti i meccanismi etici ed estetici del fruitore, i Gang si rivolgono a chi
sa riallacciare i fili del discorso, a chi sa interpretare con una propria autonomia.
Questo modo di fare arte è vecchio come il mondo, e noi lo abbiamo ereditato dai
cantastorie che girovagavano nelle campagne marchigiane.
Vincenzo Cavallarin
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