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Fuori dal controllo. E' un disco che rappresenta un
cambio di rotta e prevede l'onda lunga rispetto a quanto annunciato nel presente. Se è un
ritorno al garage , in questo garage i Gang ci staranno per un bel periodo, il tempo
necessario per pote lavorare a fondo sulla "forma canzone" utilizzando la
formula basso- chitarra-batteria. Quest'obbiettivo prevede di ricostruire un gruppo di
musicisti tutto delle stesse parti dei fratelli Severini, le Marche, col quale reinventare
un sound che li caratterizzi, come ai vecchi tempi. tutto ciò è all'orizzonte. Ma ora
parliamo con loro, con Marino e sandro, di quello che sta in primo piano.
Ed eccoci al dopo trilogia. Dalla
ricerca delle proprie radici attraverso percorsi inusuali. Con improvvisi scarti verso
altre mete non previste; fino al ritorno a casa... anzi al garage!
Marino Severini: «Sì, con la
formula chitarra-basso-batteria si torna nel garage, cioè nella mitologia del rock
classico, quello pia stradaiolo. Per gli altri tre dischi c'era dietro un progetto di
immaginario molto complesso, c'era solo l'orizzonte davanti a noi, senza un binario sul
quale andare, cioè uno stile bel preciso col quale esprimersi; anzi in quel non-luogo era
cercare di intersecare gli stili fra di loro, farli convivere anche grazie, e questo è
per me un motivo di orgoglio, ad un confronto fra le migliori menti musicali in Italia:
Ambrogio Sparagna, Antonello Salis, e tanti altri. Nell'arco di quell'esperienza abbiamo
imparato tante cose. Adesso si ritorna un po' alle origini, ma io dico che è un po' un
ritorno dal futuro. Qui si torna ad una fotografia dai contorni definiti, ad una formula
chiusa, la formula garage con la saracinesca chiusa!»
Ma rispetto al rock degli esordì; quello antecedente allesperienza della
trilogia, che differenze ci sono?
Marino: «Sandro poi tradurrà in termini tecnici più vicini al concetto... per me
cera il discorso del viaggio: un viaggio iniziatico, quindi un passaggio da
quell'esperienza del rock'n'roll che ormai per i Gang si era conclusa, attraverso la
ricerca delle nostre radici, della nostra identità. Adesso con il ritorno a casa abbiamo operato una scelta: prima era stata un'imposizione
dettata dalle condizioni nelle quali ci trovavamo, come la bandiera dei Clash o del punk.
Oggi no, questa scelta non segue una moda, una bandiera, ma significa aver ritrovato
l'origine del nostro senso di fare la musica popolare.»
Quindi, pur facendo rock, il vostro spirito è sempre vicino ad un fare musica
"italiano"?
Sandro: «Sì, anche se il tutto è più nascosto perché non trovi degli strumenti
tradizionali italiani. Però nella struttura delle canzoni in parte quello spirito è
ancora rimasto.»
Marino: «Cerchiamo, in maniera provocatoria, di far sì che i Gang possano essere
"criticati" non per i vestiti che indossano, ma eventualmente per la sostanza,
per lo spirito, per l'emozione, più che non per le sonorità. Ecco che in questo senso
questo nuovo cd opera un cambio di rotta brusco. Poi vorrei che nell'arco di un percorso
ci fosse imprevedibilità o anche delusione delle aspettative, perché secondo me è
proprio quello che dà l'idea di una band libera, non schiacciata nè dalle pressioni del
mercato, nè dalle mode.»
Con questi tredici pezzi vi sentite rassicurati" per aver ritrovato casa?
Marino: «Non rassicurati, ma contenti di aver comunque ritrovato casa, una
dimensione che è quella del rock classico, con un linguaggio più vicino a quello delle
giovani band che cominciano adesso, e anche contenti di poter di nuovo riprendere il
rock'n'roll e non lasciarlo morire dentro i meandri del rock-business.»
Sandro, dal punto di vista tecnico, l'aver potuto fare così tante esperienze con
musicisti, culture, stili musicali cosi vari, cosa vi ha lasciato per la vostra musica di
oggi?
Sandro: "Secondo me non ha fatto altro che farci capire meglio quali Sono i
nostri mezzi, qual è la materia che trattiamo. Certamente prima c'era più ingenuità,
adesso c'è maggiore consapevolezza.»
Marino: ad un ascolto... veloce, difficilmente uno può cogliere il
grande Lavoro di tipo armonico che è stato fatto. Però di tutte le esperienze,
prevalgono, rispetto atta tecnica del linguaggio musicate, atte componenti che sono state
negli ultimi anni messe da parte, come La fisicità, lenergia, lemozione.
Certo quello del rock'n'roll è un lnguaggio minore, però ha delle caratteristiche che lo
rendono forte: è lunico che riesce a passare con i media, è comunque su tutto il
pianeta. Ecco, dopo sei anni tutto ciò siamo tornati a riconsiderarlo, con maggiore
consapevolezza.»
Entriamo più nel dettaglio. Per il vostro discorso sulla dignità ad'.
Minoranze attraverso la simbologia rappresentato dalla storia di vari eroi minori della
nastro storia, avete sviluppato delle "sceneggiature" musicali da adattare di
volta in volta nelle canzoni?
Sandro: «Quello che tu hai
descritto, è stato un po' sempre il nostro modo di lavorare: una volta individuato
largomento, trovare la situazione musicale più adatta...»
Marino: «. . la colonna sonora giusta, però soprattutto per l'emozione
che deve suscitare in sintonia con quello che la storia ci fa vivere, piuttosto che per
delle scelte tecniche individuate a priori. Poi con Gianfranco Fornaciari (il nuovo
produttore dei Gang) si è fatto il lavoro degli arrangiamenti, e tutti
quei passaggi che precedono lentrata in studio vera e propria.
E stato il vostro primo lavoro con lui?
Marino: «Sì, lui è il primo disco che produce. E questo è in
linea con La nostra intenzione, che è stata quella di non lavorare, dal fotografo ai
musicisti, con dei professionisti, con dei personaggi collaudati, conosciuti. Abbiamo
voluto investire su ciò che ancora è nellombra, ma che ci ha dato molti stimoli.»
Come avete operato le scelte dei musicisti per questo disco?
Marino: «Per quanto riguarda il basso e la batteria ci
siamo affidati a Fornaciari perché non è stato possibile proporre in tempo per le
registrazioni un nostro gruppo affiatato, come ai vecchi tempi. Anche il chitarrista che
ha affiancato Sandro, Cristiano Maramotti, ce lo ha presentato il nostro produttore. Il
suo è lo spirito blues, rock'n'roll, per cui siamo riusciti subito a comunicare
benissimo.»
Mi pare di non aver ascoltato molti suoi soli chitarristici.
Sandro: «La parte sua chitarristica è quella legata agli arpeggi, ai
riff di apertura: quello che è importante in questo disco è il suono d'insieme, la
compattezza.»
Marino: «Io spero - è una mia aspirazione - che da questo disco possa
venir fuori un sound da gruppo che suona, e non da gruppo preconfezionato.»
Il "nocciolo duro'; chitarristicamente parlando, siete voi due. Come avviate un
arrangiamento?
Marino: «Stavolta le canzoni, a differenza degli altri dischi, sono
state suonate da due chitarre elettriche. Anche a casa, quando cominciavamo a provare i
pezzi, abbiamo dato subito limpronta elettrica. Prima difficilmente si usava un
sound distorto già in partenza, proprio perché per gli altri dischi la forma delle
canzoni era molto spesso riconducibile alla ballata italiana.»
Che tipo di chitarre avete utilizzato?
Sandro: «Cristiano Maramotti soprattutto delle Fender, Telecaster e
Stratocaster, io una Gretsch, una Gibson Les Paul e una Takamine elettroacustica.»
E Marino?
Sandro: «No, lui sul disco non ha suonato la chitarra. Lo ha fatto solo
durante gli arrangiamenti e in preproduzione.»
Com'e concepito l'arrangiamento di base dei pezzi?
Sandro: «Parecchie canzoni sono strutturate su tre chitarre, con
lidea di riproporle così anche dal vivo.»
Marino, da che cosa è stata dettata la scelto di non suonare sul disco?
Marino: «Mah, un po' dalla pigrizia, ma soprattutto dal fatto che non ho
sentito la necessità di intervenire direttamente con una chitarra ritmica. Sai, avendo
già lavorato con basso e batteria in maniera molto precisa in fase di preproduzione e
avendo raggiunto un gran controllo su quelle dinamiche che corrispondevano al concetto di
ritmica che avevamo voluto realizzare, io ho potuto eliminare la mia chitarra, anzi si è
reso quasi necessario farlo per non andare ad intralciare la trama di accenti prodotta dal
binomio basso-batteria.»
Del resto andando avanti con l'esperienza si tende a sottrarre, ad asciugare il
sound.
Marino: «Esatto, questa è stata proprio l'esigenza che abbiamo sentito
lavorando molto col nostro fonico Claudio Morselli: sommando, poi tante cose te le perdi.
Abbiamo perseguito un linguaggio minimalista: col minimo sforzo ottieni il massimo
risultato.»
Sul fronte dei testi, con la metafora dei personaggi "eretici" che cosa
avete voluto dire?
Marino: «Beh, era in cantiere da un pezzo un disco sull'eresia, poter
contribuire in anni come questi alla rifondazione della minoranza in Italia, che ormai sta
scomparendo anche all'interno della sinistra, una sinistra che deve diventare maggioranza
costi quel che costi. Rivalutare una minoranza eretica che riformuli un percorso storico
che in Italia c'è stato sempre mi sembra molto importante.»
La risposta della gente che vi segue nei concerti segue le vostre aspettative
riguardo agli stimoli che le offrite?
Marino: «Cè un bello scambio, un confronto di energia, ma non
sempre risponde in modo scontato: per esempio con la canzone "La pianura dei 7
fratelli", i fratelli Cervi, non sempre il pubblico più giovane è a conoscenza
della loro storia. Però è comunque un pubblico severo, che ti permette di crescere.»
Per quanto riguarda il vostro rapporto con i circuiti ufficiali TV compresa?
Marino: «Stranieri! Ma non è tanto per un fatto di scelta nostra,
quanto semplicemente un fatto di spazi che non esistono, senza contare che in televisione
non si suona quasi mai dal vivo.»
Quali amplificatori avete usato?
Sandro: «Abbiamo usato un Fender, un Peavey, un Mesa-Boogie e un Vox,
tutti rigorosamente valvolari!»
Gabriele Longo
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