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Storie d' Italia' , il bel disco della band
marchigiana S quillano le trombe del risveglio della musica popolare. E a loro modo queste trombe le suonano anche i Gang, con vigore inusitato e con un intensissimo recupero delle forme stilistiche e della memoria della cultura di tradizione. Esce oggi il loro atteso Storie d' Italia (ed. Cgd), secondo atto di un' ideale trilogia iniziata due anni fa con Le radici e le ali, in un progetto di progressivo avvicinamento alla forma della canzone, intrisa di suoni e strumenti folk, aggressiva ed esplicita come un tadzebao poetico. Questo nuovo lavoro, l' hanno presentato dal vivo in una diretta radiofonica organizzata alla sala A di via Asiago dal programma Planet rock (detto per inciso, come è bello vedere i vecchi e gloriosi studi della radiofonia usati per scopi così vitali) con un ampio organico comprendente fisarmonica, violino, zampogna e tanti altri strumenti, in un' immagine da folk-rock band che dal vivo assume toni ancora più intensi che su disco. Già dal titolo, da questo richiamo alle ' storie' , fonte di riconoscimento, di uso attivo della memoria e delle proprie radici, s' intuisce questa voglia passionale di raccontare, di impadronirsi di una visione realistica, ma allo stesso tempo epica e visionaria della nostra tanto martoriata e discussa identità nazionale. E' un album-manifesto nei confronti della rimozione, di quel perverso meccanismo tutto italiano che ci spinge a dimenticare quello che siamo e da dove veniamo, ad abbandonare o trascurare il nutrimento che ci viene dalle nostre radici. In un pezzo, Eurialo e Niso, trasposizione ad opera del produttore e co-autore del disco, Massimo Bubola, del mito virgiliano nei tempi della guerra mondiale, si parla addirittura di resistenza, pensate un po' . Altrove si parla di venti di cambiamento, di Pio La Torre, di mafia e stragi, di partito trasversale, con un linguaggio diretto e rigoroso, ma senza eccedere nel didascalismo, nel furore della cronaca, casomai privilegiando chiavi surreali, accostamenti improbabili e ironici, e, più di tutti, i sentimenti di rabbia e di speranza che da tutto questo scenario emergono. In fondo è un disco di canzoni, e spesso di vere e proprie ballate, antica e sempre attuale forma di narrativa popolare, che forse potrà sorprendere i seguaci di vecchia data dei Gang, detti un tempo i Clash di Filottrano, Marche, anche se questa progressione verso forme più tradizionali e più italiane, è in atto già da qualche tempo. Alla fine, più che un disco di un gruppo rock, potrebbe sembrare un disco da cantautore, forse dovuto anche alla presenza influente di Massimo Bubola, ma rappresenta piuttosto quello che i cantautori oggi dovrebbero e per vari motivi e non riescono più ad essere, almeno nella stragrande maggioranza. Alla parola debole e artificiosa di gran parte dei cantautori, i Gang sostituiscono la parola forte, impudica, impietosa, non timida di fronte alle grandi questioni che i tempi ci propongono. E' un album che ha molto di antico, nel senso che non punta a grandi innovazioni musicali, ma privilegia le ' storie' , le opportune cornici sonore dei contenuti che appaiono importanti, perfino urgenti da raccontare. Si parte dal sogno di Kowalsky, ispirato a Paolo Rossi, tra frammenti di utopie e citazioni di ogni genere, l' ingenua ma suggestiva speranza di Cambia il vento, si passa dalla violenza etnica di Itab Hassan Mustapha storia drammaticamente vera di un ragazzino palestinese che arriva in Italia e diventa un criminale, fino all' elegia orientaleggiante, con citazioni di un' antica musica cinese, di Eurialo e Niso, al clima operaio di Sesto San Giovanni e così via in un sovrapposto di racconti, di storie, di eroi reali e immaginari dei nostri tempi. E' dichiaratamente e definitivamente un album rivolto non più alle tribù sotterranee del rock, ma ad un pubblico molto più vasto, compreso quello che tradizionalmente ha seguito la canzone d' autore e che potrebbe facilmente proiettare i Gang fuori dal piccolo, ma sentito circuito da culto che hanno frequentato finora
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