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Ecco la recensione di "Una volta per
sempre" scritta da Paolo Carù per il Buscadero uscito nel giugno 95
Continua il viaggio dei fratelli Severini
allinterno della nostra coscienza collettiva. Dopo lo splendido "Storie
dItalia" senza più Massimo Bubola, i due si autoproducono e portano a termine
un disco ancora molto coinvolgente, in cui elementi folk e rock vanno di continuo
braccetto e concludono quella ideale trilogia iniziata nel 1991 con "Le radici e le
ali". Ci sono parecchie differenze rispetto al precedente disco a noi del Busca era
piaciuto molto, manca la mano esperta di Massimo ( ed in alcuni momenti si sente), ma
cè la voglia di combattere (quella non mancherà mai ) e diverse intuizioni
interessanti come il dialogo in musica alle spalle della voce , nella toccante "Il
buco del diavolo". Marino è cresciuto ancora, mentre Sandro continua il suo lavoro
nellombra, i due si compendiano alla perfezione riescono a creare un suono
particolare e personale che sta in bilico fra folk e rock, sostenuto da
liriche forti, spesso militanti, ma sempre oneste.E, quello che più importa, il
disco funziona, e molto.
«Una volta per sempre» è un viaggio attraverso la cintura rurale del nostro paese,
attraverso il dolore, dove le canzoni sono spesso armi da usare contro chi continua a
calpestare i diritti umani, è un viaggio puro e dolente al tempo stesso, dove innocenza e
smarrimento trovano una collocazione ben precisa: ma non è il solito prodotto verboso e
fintamente politicizzato.
I due ragazzi marchigiani credono in, quello che fanno, sono di un 'onestà adamantina, e
propongono una musica che, più rock rispetto al disco precedente, non dimentica i
coinvolgimenti con la tradizione.
Questa particolare commistione di musica tradizionale e moderna è ormai il marchio di
fabbrica del gruppo e, anche se le sonorità sono abbastanza diverse dal disco precedente,
la matrice di fondo non cambia. Canzoni forti, testi vibranti, musica fiera: questi sono i
Gang, contro tutto e tutti, senza scendere a compromessi, senza chinare la testa. «Una
volta per sempre», come «Storie d'Italia» e più di «Le radici e le ali», vuole
essere un manifesto generazionale senza fare però proclami particolari: è musica per la
gente. fatta assieme alla gente, concepita dalla gente. Non c'è falsità, solo disperazione e la volontà, forte ed incontaminata, di gridare ai quattro
venti lindignazione, il furore, la disperazione di chi si trova a contatto con una
società che, sempre di più, cerca di calpestare il diritto dei singoli ed isolare la
libera iniziativa. La fragile democrazia italiana viene descritta con profondità, senza
remore o timori: i Gang combattono contro l'ignoranza senza badare alle controindicazioni
che la loro musica può creare. Poco spazio per radio, niente televisione: poco importa,
questa è musica che nasce dentro di noi, forte ed orgogliosa, vitale e vibrante, il
passaparola è il suo viatico più naturale per diventare di dominio pubblico.
"Le stagioni
di una passione" prende corpo dove "Storie d'Italia" aveva lasciato:
brano teso e potente, molto rock nella sua essenza, non dimentica la lezione folk che
rimane sempre presente nel cantato, e si sviluppa attraverso un testo adulto.
"La corte dei miracoli" è più folk, ma la possente batteria di Walter
Calloni mantiene i contatti con un suono più vigoroso, mentre il testo è una satira,
dura e mordace, nei confronti di una classe politica di cui faremmo tutti volentieri a
meno.
"Il porto delle ombre", inizio per sole voci, sfocia in una danza
folcloristica di matrice rurale, mentre "Il re bambino", tra le canzoni
più riuscite del disco, riecheggia vecchie armonie ben sostenuta da un testo metaforico
ma molto intenso a cui fa da base una pane musicale decisamente coinvolgente. I Gang sanno
come tenere alta la tensione e non mollano il colpo: il disco, supera largamente l'ora e
non si discosta di molto dal precedente lavoro. Molto si deve alla strumentazione folk,
calata alla perfezione su un solido impianto rock, che porta fuori le canzoni e lascia
ampio spazio a lunghe digressioni strumentali in cui le melodie tradizionali vengono
decisamente alla luce. "Le mura di caos" molto triste ma tesa come una
lama, "Il ponte della verità", introdotta da un vocalizzo originale, "Il
palazzo di Babele", danza popolare con voci di bambini, "La pianura dei
sette fratelli", triste saga rurale (altra grande canzone), "Il giudizio
universale", forse la più popolare di tutte le composizioni, la rockeggiante "L'altra
meta del cielo" e la strumentale "Il ritorno" portano a termine
un disco, ancora una volta, di grande impatto.
Un cenno a parte per la straordinaria "IL buco del diavolo", interessante
esperimento di contaminazione tra musica folk Italiana e musica tribale pellerossa, dove
il parlato di Marino viene avvolto completamente da una base musicale molto intensa.
Onestà e serietà non bastano a fare grande un disco, ma i fratelli Severini sono anche
dei musicisti, con la M maiuscola, e questo li colloca in un posto molto particolare e
privilegiato della discografia italiana. Da ascoltare assolutamente.
Paolo Carù
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