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Da King RIBELLI PER UNA
CAUSA....."E noi gliele suoniamo"
In una realtà impallinata da muri di gomma, tangentopoli, separatismi,
vetero-ideologie mummificate e miraggi di una nuova sinistra agitati per depistare dai
veri problemi che continuano a morderci il culo, c'è ancora in Italia chi ha voglia di
sparare musica «militante»: i Gang, rifiutando la «normalizzazione» in atto, anche a
costo di un incorreggibile anacronismo; i Tazenda, in nome di un impegno sociale e civile
e di un fiero orgoglio etnico. Nelle mani dei Gang, Originari di Filottrano, in provincia
di
Ancona, la canzone torna ad essere linguaggio di guerra, come già per Woody
Guthrie, per Dylan, i Clash o gli Area di Demetrio Stratos: perché la «prima linea» del
sud del mondo passa anche dì qui, non più confinata soltanto alle township sudafricane,
alle riserve degli indios d'Amazzonia, all'ex Jugoslavia o ai villaggi di Palestina
infiammati dall'intifada. Figli di due famiglie operaie delle Marche, che, dopo la prima
Guerra mondiale, hanno conosciuto l'emigrazione verso il Sud America, Andrea Mei e i
fratelli Marino e Sandro Severini dichiarano con orgoglio il loro essere comunisti. «Per
capire bene noi Gang», spiega Marino, 35 anni, dialettica incontenibile, «bisogna
cogliere la differenza tra lo sviluppo industriale di tipo manifatturiero, tipico della
nostra zona, e quello delle grandi metropoli. Da noi esiste tanto lavoro nero Sottopagato,
senza informazione sindacale né lotte di classe. Di qui una serie di tensioni e conflitti
ben diversi da quelli delle grandi città, e una cultura che la sinistra in generale non
ha mai voluto far propria. Siamo stati abbandonati, pur continuando a essere bombardati
dai modelli della cultura urbana. Un gruppo come il nostro è la testimonianza di un
disagio reale e tangibile. Perché il rock? Perché, senza citare il Gramsci dei Quaderni,
era inevitabile che, una volta arrivata la modernizzazione, certi riferimenti
culturali risultassero più forti e venissero assimilati e interpretati in rapporto alla
nostra realtà. Nei primi anni Ottanta, i Gang battono l'undetground post-punk
autoproducendo i loro dischi, dando concerti per i minatori inglesi, per il Nicaragua. Per
loro, figli dell'universo eretico della sinistra, legato ai grandi movimenti operai e
internazionalisti, già un passo oltre l'ortodossia dei bolognesi Cccp, l'impegno è
totale e l'italica movida già una realtà. «Siamo figli della grande crisi degli
anni Settanta e quando, nel 1979-1980, è arrivato il treno del punk, non ce lo siamo
lasciati sfuggire: era l'unico modo per tornare a un minimo di collettività e di
confronto con le nuove generazioni, visto che a Macerata c'erano fermenti ben diversi
dalla Firenze dei Litfiba o dalla Bologna degli Skiantos, città più simboliche di una
piccola borghesia in crisi. Oggi nel rock non esiste più una cultura ecumenica, ma tanti
frammenti di un discorso "orizzontale" che può essere soltanto traduzione di un
vissuto: per questo, nel periodo della "collera" nei licei e nelle università,
abbiamo voluto stabilire un rapporto diretto con gli studenti andando a suonare
gratuitamente per loro. Quel nuovo protagonismo che si affacciava ci piacque a tal punto
che, mirando a una comunicazione totale, smettemmo di cantare in inglese recuperando
l'italiano».
Non solo «rossi», però, i Gang, ben attenti al potenziale di nuove trasversalità e di
una nuova cultura multietnica, essenziale per rifondare un'etica mondiale. «Oggi viviamo
in una realtà con le spalle al muro e indietro non si può più tornare», spiega Marino.
«Io sono comunista ma credo alla forza dell'ottimismo per poter guardare oltre, per avere
un buon rapporto con la storia, Ricordo un libro di Oreste Scalzone sul biennio rosso
1968/69 in cui, in vena di bilanci, diceva che se oggi dovessimo ridisegnare una bandiera
non sarebbe sicuramente più Soltanto rossa, ma dovrebbe tenere conto anche del nero degli
anarchici, del viola delle femministe, di tutte le ernie che vivono in Italia. Ed ecco che
il simbolo del nostro nuovo lavoro, Storie di Italia, è proprio un patchwork, come
quello delle coperte realizzate dalle donne indiane con innumerevoli variopinti ritagli di
tessuto. La nuova "classe" non può prescindere da questa trasversalità: non
crediamo più ai partiti che, oggi più che mai, detengono il monopolio del malcontento e
mirano a una socialdemocrazia di stampo europeo mentre ci
vorrebbe un movimento
che si legasse al sud del mondo». «C'è una generazione», sostengono i due Severini,
«che non è finita con gli anni di piombo, che non si è imbucata in banca nè votata
allo yuppismo, ma che continua ad avere rispetto per se stessa e a mantenere vivi quei
valori di solidarietà e di internazionalismo acquisiti con le lotte degli anni Settanta.
Nè io nè gran parte di quella generazione ci vergogniamo di essere stati comunisti e di
continuare a esserlo oggi in rapporto a una società nuova. Importanti sono le radici che
diventano ali, importante è la loro fusione: se le radici diventano nostalgia, allora sei
fuori dalla storia, e le ali sono pericolose se slegate dalla memoria storica, proprio
perché oggi si riscrive la storia facendo finta di non averla mai letta sui libri di
scuola oppure bevendola dai canali dell'Ufficialità Rainvest. I giovani come categoria
sociale non esistono più come negli anni Sessanta e qui sta la grande responsabilità da
parte di tutta la sinistra italiana, che ha frapposto un burrone tra gli anni Settanta e
Ottanta: le nuove generazioni non hanno potuto fate i conti con gli errori nè con le
vittorie di quegli anni. Di sicuro il conflitto ci sarà, ma non sarà più la
conflittualità di allora, non sarà più Lotta Continua. Oggi ci preme fissare in musica
un'Italia diversa da quella che ci viene presentata: magari quella di una banda di
skinheads romani che, manovali in una cooperativa edile, vanno a costruire una scuola in
Nicaragua (il paradiso non ha confini), oppure quella di un operaio della Falck che
continua a lavorare pur facendo parte di una classe in via di estinzione (Sesto San
Giovanni). Il futuro comincia qui».
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