| Sono crollati i muri che dividevano il mondo, si parla
di mondo globalizzato, ma vediamo nascere ogni giorno sempre nuovi ghetti. Chi è oggi
"colpevole di ghetto"? Chi sono gli ultimi nei nostri ricchi paesi? Sono
gli esclusi, coloro che si muovono ai margini, ai confini; coloro che non sono invitati al
banchetto. I non allineati che non aderiscono ad un modello di valori, di relazione
sociale, economica e culturale imperante. Modello che detta e impone le condizioni. Sono i
fuori "legge". Ad escludere contribuiscono da un lato le circostanze come la
miseria, la guerra, la fame, il dispotismo, la repressione e allora abbiamo i profughi, i
senza patria, i clandestini, gli stranieri. Dallaltra abbiamo chi dissente, anche
inconsciamente, rispetto alla regola e attua una rivolta esistenziale che è soggettiva,
un desiderio di fuga, una forma di grido contro la macchina capitalistica, un disagio, una
fuga dalla realtà, lalienazione. Da un lato la macchina funzionale dallaltro
quella della soggettività repressa. È in questo luogo, quello abitato dagli ultimi, che
noi possiamo ritrovare profezia, messaggio. Lì, al limite, dove il limite è anche soglia
e viceversa. Se il limite è disagio, emarginazione, alienazione, la soglia è
socializzazione, storia, futuro, lotta, rivendicazione e rivelazione. Gli ultimi diventano
i primi nel momento in cui torna la possibilità di comunicare fra individuo e gruppo. La
socializzazione è creazione del mondo storico-sociale. Il processo di socializzazione è
una trasformazione continua di passioni, di emozioni. Vorrei aggiungere che nella discesa
agli inferi e ritorno, dal passaggio, dalla rivolta soggettiva alla nuova e ritrovata
socializzazione, in questo viaggio (che è il viaggio dellidentità) cè il
futuro, la chiave per aprire il portone della storia. In questo senso, laico, gli ultimi
saranno i primi. Nessun pietismo, ne retorica a scopo di beneficenza nei confronti
di tutti coloro che sono e saranno gli uomini nuovi. Dallesilio al ritorno, dalla
perdita, dal lutto, dalla ritrovata identità, alla resurrezione. Identità come
riconoscimento non per ciò che si è stati, ma per ciò che sarà.
Una massima Zen dice: "Il principiante sa che le montagne sono montagne e le acque
sono acque. Quando progredisce non lo sa più. Divenuto perfetto sa di nuovo che le
montagne sono montagne e le acque sono acque". Il momento pericoloso è il secondo,
quello in cui si smarrisce il principio di identità. Allora la spinta alla negazione può
giungere fino allannientamento fisico e morale di sé e degli altri. La salvezza è
nella terza fase: quando sa che la giusta forma culturale è quella nella quale è
cresciuto. Solo che ai suoi occhi non è più quella che era. Da orizzonte che tutto
divide è diventata semplice punto di appoggio e dorientamento per una nuova
dimensione. Ecco allora che il diverso non è minaccia è frammento alla ricerca del
tutto. Esso mi provoca, svela i limiti del mio frammento, suggerisce possibili
coincidenze, dimostra la necessità di sentirsi relativi. La verità non è un oggetto è
la relazione con un oggetto che è nascosto nel futuro.
Come diceva Balducci "Se noi lasciamo che il futuro venga da sé, come è sempre
venuto e non ci riconosciamo doveri altri rispetto a quelli che avevano i nostri padri,
nessun futuro ci sarà concesso. E a proposito di Ernesto Balducci mi viene in mente un
suo racconto a proposito dellidentità "Nelle comunità cristiane delle origini
cera luso di consegnare al fratello che stava per intraprendere un lungo
viaggio il frammento di un vaso di terracotta frantumato. Al ritorno egli sarebbe stato
riconosciuto dal frammento ricomposto in unità con gli altri". Nella generale
eclissi dellidentità il primo dovere è restare fedeli a quello che abbiamo
costruito, con una variante però: che esso non va ritenuto come il tutto, ma come un
frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso
ne mi converto ad altro, ripudio soltanto le pulsioni e le forme che mi
condurrebbero a fare del mio frammento la misura del tutto.
Rispetto quindi allesclusione e allemarginazione è importante delineare
correttamente il nostro rapporto con tale realtà che non è unica e univoca ma presenta
tantissime facce diverse luna dallaltra. E insisto che è da tale rapporto e
solo da esso che può rinascere profezia, messaggio, rivelazione, lotta, possibilità per
la parte inedita delluomo di crescere; in fin dei conti un nuovo umanesimo, cioè
COSMOPOLI! La risposta sia mistica, religiosa sia laica e politica che stiamo cercando.
Esiste un ghetto anche nel mondo della musica? Avete sempre preso sentieri scomodi con
la vostra musica e la vostra storia, vi sentite degli emarginati?
No, non sento il percorso della Gang come un percorso emarginato. La nostra è stata
comunque una scelta, con mille sbagli e contraddizioni ma la priorità su tutto è stata
sempre data allAppartenenza. Anche quando i confini cambiavano, saper rispondere
alla domanda: "da che parte stai?" era prioritario. Le nostre canzoni hanno
sempre tratto energia, ispirazione, fonte da storie di uomini e donne ai margini, ai
confini e il perché già lho detto rispondendo alla domanda precedente. "Johnny
lo zingaro": storia di uno zingaro ripudiato dalla sua gente perché ha ucciso,
braccato dalla polizia, inseguito, solo
e in questa corsa perde anche il suo amore,
la sua donna; "Itab Hassan Mustapha", un ragazzo palestinese di quindici
anni mandato a compiere un attentato in Italia, una vita trascorsa in carcere dove
incontra loccidente e le sue due facce; e poi "La pianura dei sette fratelli"
Cervi, "Iside": la storia di Iside Viana da cui abbiamo tratto questa
canzone che traduce solo un sentimento di solidarietà verso una donna partigiana che in
carcere chiede la grazia e diventa cattolica, questa sua "fragilità" fa si che
venga isolata dalle compagne comuniste e cancellata dalla lista dei partigiani comunisti;
"Il paradiso non ha confini": storia di un gruppo di Roma, ma ai tempi
migrante, che in una cooperativa edile va a sostenere, in Nicaragua, la rivoluzione
sandinista costruendo scuole, case
e poi Ilaria Alpi, Pio La Torre; "Il
testimone" dedicato a Don Giuseppe Puglisi ucciso dalla mafia; e ancora Chico
Mendes, il Comandante Marcos, "Il bandito Trovarelli" e
canzoni come "Qui", "Colpevole di ghetto", "Bandito
senza tempo", "Kowalsky", "La corte dei miracoli"
I vostri concerti dimostrano che si può avere un pubblico anche senza spot
pubblicitari, videoclip o Festivalbar. Quali sono le persone che vengono ad ascoltarvi?
Certamente non un pubblico di consumatori che cercano svago e intrattenimento in un
concerto. Io penso che si tratti soprattutto di portatori sani di una cultura, di un
"sogno di una cosa", di una Meraviglia che vive, sopravvive, a volte cade
sconfitta. Gente che nutre un Amore che non muore. Per nutrire questo amore cè
bisogno anche delle nostre canzoni. Questo "Amore" nasce oggi dallincontro
di tre grandi tradizioni: quella comunista gramsciana (anche e soprattutto per il pensiero
di Gramsci rispetto al rapporto comunismo subcultura, il Gramsci dei Quaderni),
quella cristiana della teologia della liberazione e quella delle sinistre eretiche, della
Minoranza.
Dove sta andando questo Paese? Un regime totalitario può nascere anche così, mentre
il presente scorre
in fondo la Storia arriva lentamente.
Certamente un regime totalitario si sta affermando e imponendo ogni giorno che passa
sempre di più. Il fascismo vero nasce dal populismo ed è dalla crisi della politica che
nasce il populismo di Berlusconi. Per populismo intendo la valorizzazione
dellindividuo atomizzato, privo di mediazioni sociali perciò facilmente
identificabile con un personaggio che vuole rappresentare una totalità sociale senza
articolazioni. Un mix di individualismo liberista e valori tradizionali (patria e
famiglia) come scrive Pietro Barcellona in "Alzata con pugno". Non ha vinto
Berlusconi, ha perso la sinistra, su questo concordo. E questa sconfitta si rivela
gravissima poiché segna un declino drammatico della dialettica politica e culturale nel
nostro Paese e un abbandono delle ragioni di chi sta ai margini delleconomia
rampante. Occorre capire e intervenire sui grandi cambiamenti che questo Paese ha subito
negli ultimi 10, 15 anni e non continuare a puntare solo sulla demonizzazione del
monopolista televisivo e dellinquisito perpetuo. Agire allinterno della
differenza dei piani di sviluppo economico e degli interessi che li sostengono sia
allinterno che in un quadro globale. Sulle rotture sociali trovare concordi una
linea di alternatività: rotture come quelle fra grande borghesia e Stato che ha portato
ad unalleanza fra borghesia nazionale e multinazionali alle quali interessano un
consenso di sistema più che un sistema politico nazionale; rotture profonde nel mondo del
lavoro non più riconducibile, almeno quello subordinato, a pubblico e privato, con un
affiorare di un ceto medio indefinito collocato in un lavoro atipico, autonomo, precario,
che si allontana psicologicamente dal lavoro operaio; inoltre si aggiunga un quadro
internazionale profondamente mutato dove le strategie di governo, in termini di processi
di globalizzazione, sono molto diverse. Una più democratica americana appoggiata dai
governi di centro sinistra europei e una più legata agli interessi delleconomia
nazionale (petrolieri, agrari, militari, ecc.).
Viviamo unassenza della politica intesa come "mediazione degli
eccessi!" e questa assenza è dovuta alla negazione del conflitto. Se non cè
conflitto, o se questo è negato, come può esistere la politica?
Anche rispetto al Movimento No Global i partiti di sinistra non colgono la sfida; di
fatto questo Movimento è "politicamente solo". La sinistra istituzionale si
limita ad usarlo e strumentalizzarlo e in questo senso spostare tutto il dibattito sui
pericoli del regime imminente è fuorviante. Ecco perché di fronte a tutto ciò bisogna
saper rispondere nuovamente alla domanda "da che parte stai?", ma la risposta
non può e non deve essere semplicistica, riduttiva o peggio anacronistica, deve saper
compiere un "balzo in avanti" deve essere in grado di "scartare di
lato" e far tornare la "parola" e scacciare la "violenza
semplificatrice". Deve seguire il percorso della Cometa. Nelle lotte, nei conflitti
troveremo la risposta. Per ora mi sento solo poiché non condivido le risposte schematiche
quando le domande le fanno gli altri e non sono le stesse che formulo a me stesso poiché
a me stesso non mento e non posso dirmi che la realtà è in bianco e nero ne che la
rappresentazione odierna è quella "western" tanto facile e banale dei buoni e
cattivi.
Sono sempre più convinto per esempio della necessità di sottrarre al mercato aree di
bisogni socialmente definiti come non mercificabili (scuola, sanità, trasporti,
cultura
) e che questo si può fare con una gestione non privatistica della
produzione di beni e servizi che a tali bisogni corrispondono attraverso qualcosa che
assomigli alle vituperate strutture pubbliche. Sono sempre più convinto che la politica
non può essere ridotta a "razionale amministrazione degli interessi" ma deve
saper elaborare e gestire i grandi conflitti di identità, valore; come è stato fra
capitale e lavoro e ciò non riguardava solo i soldi ma la dignità da riconoscere al
lavoro salariato. E dallaltra parte penso che anche i movimenti No Global hanno
bisogno di una forte avanzata. Che tali movimenti hanno più bisogno di critica dialettica
che non di consolazione. Questi movimenti sono ancora molto condizionati dai media che
rendono invisibile ogni problema di contenuto e ogni significativa strategia di
cambiamento. Io non amo la rivolta in copertina. Come non amo i leader, i filosofi di
questo Movimento, non ne amo la parola dordine ne la loro strategia da
battaglia navale. Amo nel più profondo lentusiasmo e la passione, lodore di
libertà che tale Movimento emana e la sua avversione al liberismo feroce e alla mattanza
nei confronti dei non garantiti, degli indifesi, dei miti della terra. Limmagine di
questo Movimento, che ne rivela in maniera atroce molti dei suoi limiti, è quella di
Carlo Giuliani. Assassinato e lasciato lì per terra, violato, in una pozza di sangue.
Tutte le immagini che ho visto fanno su quel corpo una violenza ancora maggiore dello
stesso proiettile che lo ha ucciso, una violenza più grande di quella inflitta dalla mano
che ha sparato: perché quella violenza lo trova indifeso, inerme. Forse è
quellimmagine che sconfigge il Movimento più di ogni altra cosa. Voglio dire che
non ho visto immagini che fanno vedere, che rendono realmente partecipi del dolore, che
sono "di parte", cioè "partigiane"; nessuna immagine che riesca
veramente a far condividere. Eppure quel sangue è sacro ed è immortale, lo sarà, sarà
la storia a testimoniarlo. È sangue che divide e unisce, sangue che delimita, che
testimonia, che segna un punto di non ritorno per migliaia e migliaia di giovani compagni.
Eppure io ho provato un senso di orrore nelle foto e nelle immagini viste di Carlo
Giuliani ucciso e steso a terra. È questo il vuoto: questo movimento subisce una cultura
disumana nel suo rappresentarsi, nel comunicare a sé stesso e agli altri, manca di
religiosità, di sacralità nelle sue componenti culturali. Ciò significa che pur essendo
vicino ai custodi della terra, agli ultimi, ai violentati del mondo non è capace di
vivere quotidianamente nelle sue relazioni ciò che appartiene e che è proprio della
civiltà contadina e operaia. Ecco il vuoto e la mancanza, la nostalgia dei cantori: dei
Paz (Andrea Pazienza), dei Pasolini, dei Lazzaretti, ma anche dei Malcom X, la mancanza
dellorganicità e dellappartenenza. Ecco il frammento mancante. Forse le mie
sono soltanto emozioni ma se il Movimento, in vista di ununità ritrovata, dovrà
esporre il suo frammento in vista di una Cosmopoli ebbene dovrà compiere un lungo viaggio
indietro per volare in avanti. E dovrà rispondere, e presto, su come, dove e perché
produrre ricchezza e radicarsi molto di più nel territorio, nel luogo, nel
"Qui" di appartenenza. E lì dovrà "rappresentare" unidea della
collettività e del bene comune. Dovrà trovare maggiore autonomia, la sola che può
permettere di profetizzare un futuro diverso da quello imposto e annunciato. Quindi
rispetto a questo tragitto, ripeto, mi sento solo con il mio frammento, solo rispetto alla
sinistra istituzionale, dai DS a Rifondazione, dai Verdi ai Movimenti No Global. Eppure
mai come in questo periodo sento di essere organico e appartenente. Alla faccia!
Quali spazi di libertà può liberare oggi la musica rock?
La musica, come ogni espressione artistica e creativa, può fare molto oggi, anche
molto più di ieri: può mantenere viva e aggiornare una cultura popolare, può dare
nutrimento alla lotta politica, ma non può sostituirla. Può aiutare a non sentirsi soli;
può quindi mantenere vivo un immaginario; può testimoniare. Può fare molto ma dovrà
staccarsi sempre più dai modelli predominanti e trovare strade autonome di gestione e
distribuzione. Deve stare alla larga dalle multinazionali e dai loro interessi predatori.
La musica in Italia, quella popolare, aspetta una stagione importante di lotta per la
rivendicazione di una gestione autonoma e di un riconoscimento, di una legislazione che la
consideri anche mercato del lavoro con quello che ne segue. Non ci sarà libertà senza
dignità, pari opportunità nellaccesso ai "luoghi", alle tecnologie: un
mercato "non-mercato" e allora si potrà ricominciare. Se questa stagione non ci
sarà penso che la musica italiana subirà unaltra stagione di grave infantilismo
creativo, cioè non servirà a niente e a nessuno. Solo merce e canzonette.
Elencami 5 canzoni contro lemarginazione sociale.
Perché, invece di 5 o 50, non ne pensiamo una sola che valga per tutto?
"LInternazionale"! E il vero antidoto, la canzone che risolve ogni
esclusione e quella che ancora mi restituisce il senso, il sogno del "NOI".
Nel testo di "Qui" (da Controverso, 2000) parli dellesigenza di
ricominciare dagli uomini, dagli ultimi
partire e tornare nei luoghi ai margini. È
veramente e ancora possibile?
Ti rispondo con Pasolini, anche se ho già risposto in parte a questa domanda. Lui
sosteneva la necessità, per la Chiesa cattolica di trasferire il Vaticano in periferia.
Perché è lì che il vangelo può trovare nuova interpretazione per restare fedele al
messaggio originario. Così è stato per la teologia della Liberazione. Così deve essere
per chi interpreta i bisogni dei non garantiti e lotta per il loro soddisfacimento. Penso
a quando agitatori sociali, comunisti e socialisti, sindacalisti e preti coraggiosi
sapevano organizzare le lotte sociali, le vertenze territoriali per garantire più equi
rapporti sociali (le lotte contro la mezzadria) fra padroni e braccianti. Non si tratta di
vecchi modelli o nostalgie, ma di sottolineare come ogni movimento che tende a mutamenti
significativi dello stato di cose esistenti deve radicarsi in una realtà effettiva e
rappresentare, nella sua pratica, unidea della collettività e del bene comune. Ma
questo lho già detto e ridetto.
La vostra musica prende molta energia e passione dalla memoria. È possibile
emozionarsi ancora? In questo presente sempre più lontano dalla realtà e dagli uomini?
Lemozione è il filo conduttore. Parola e sentimento, qui è lequilibrio, a
volte si riesce a mantenerlo a volte si cade giù, con o senza rete
la capacità di
emozionarsi ancora è segno che si è vivi, che si ha memoria, che si è chiamati a
testimoniare. In una società dellimmagine diventa raro emozionarsi. Limmagine
non è simbolo, attenzione! Il simbolo è una forma che consente di pensare oltre. È la
domanda di senso che stimola limmaginazione e limmagine continuamente presente
non lascia posto alla domanda di senso. La memoria è un territorio dove radici e ali
possono incontrarsi, dialogare, litigare, scontrarsi, ma in un confronto dialettico
trovare un "oltre", un avanti, un orizzonte più che una linea. Senza questo
territorio è negata ogni crescita, ogni emancipazione, ogni parte inedita delluomo
muore soffocata e con essa luomo.
Emozione come SantAgostino nelle Confessioni: "Cosè che brilla di
gioia attraverso di me e colpisce il mio cuore senza ferirlo? Sono insieme fiamma e
brivido. Fiamma verso quanto è più dissimile. Brivido verso ciò che mi somiglia".
Voglio parlare del sentirci parte e fare la nostra da "partigiani": circa la
nostra parte trovo le parole per essere più chiaro in una risposta che diede Bruce
Springsteen a Will Percy in unintervista di diversi anni fa. Lobbiettivo
morale e umano dei musicisti, degli autori di canzoni, dei registi, degli scrittori, della
"parola" può essere paragonato ad un canarino. Un canarino che scende con i
minatori in miniera: quando il canarino comincia a pigolare e pigolare e alla fine cade
giù, i minatori capiscono che è tempo di tornare su e ripensarci un attimo. Il problema
è che con tutta questa televisione sono sempre meno quelli che hanno accesso alla
"parola altra", a quel "cip-cip" del canarino.
Santoyama ha detto: "Ogni concetto è concepito nella sua ironia" e, tanto
per confondere le idee, cito anche René Clair: "Nessun uccello ha il cuore per
cantare in un bosco pieno di problemi". A buon intenditor
I concerti sembrano essere oggi la vostra priorità, ma cosaltro bolle in
pentola? Quali sono i vostri progetti musicali futuri? Anche quelli solo
"sognati".
Un lavoro, che uscirà in CD, con un Canzoniere marchigiano: La Macina. Una fusione, un
incontro fra due gruppi entrambi marchigiani, per rielaborare canzoni nostre e quelle
tradizionali del repertorio della Macina.
Un CD fatto di cover di canzoni degli anni70, "Calibro 77": brani di
Claudio Lolli, Fabrizio De André, Stromy Six, Area, Pietrangeli, ecc. rivisitate da noi
per tenerle in vita e vive nel presente. Un nuovo disco per la primavera prossima: ci sono
già una decina di canzoni ma vorrei aspettare, vorrei ancora tempo utile per calarci bene
nello spirito del tempo e farlo da una giusta e nostra prospettiva.
Poi cè questa Barricata di gruppi, non solo italiani, che si chiama "Rock
contro Berlusconi": una cordata, un argine, un antidoto al virus Berlusconi. Una
serie di CD, ma non sappiamo ancora con quali etichette discografiche realizzarlo. Noi
ormai siamo più propensi ad unautogestione di tutta liniziativa. Dal ricavato
della vendita di questi CD si potrebbe anche far ripartire il "Treno Rosso", o
magari un paio di autobus coloratissimi e fare un giro nelle scuole dItalia o in
qualche altra situazione in lotta e in movimento. Perché no?
Ogni anno, in autunno, si parla sempre di emergenza freddo per le persone senza fissa
dimora, speriamo almeno di scaldarci con il concerto del 23 novembre qui a Piazza Grande!
Un mio carissimo amico, che ora non cè più, diversi anni fa andò in un negozio
di dischi e comprò una raccolta di Elvis Presley. Al negoziante che gli chiese "Ma
che ci fai te con Elvis?" lui rispose: "Non ho il riscaldamento in casa, con
Elvis mi scaldo". Una cosa del genere. Noi non siamo di sicuro i "Re del
rockn roll ma ce la metteremo tutta lo stesso. Grazie dellinvito. Ci saremo. |