MACINA & GANG

 Che cosa tiene insieme, anzi lega in una intramatura che sembra naturale, un gruppo che interroga la matrice folclorica del proprio esserci e un altro che contamina la vocazione rock ( l’archetipo dei Clash recepito nell’indigenza della Marca profonda) coi temi della passione politica e di una sussultante protesta libertaria? In altri termini, perché ad un certo punto di percorsi decisamente diametrali, la Macina di Gastone Pietrucci e i Gang si Marino e Sandro Severini si incontrano fino a scambiarsi sonorità, testi e voce? Si direbbe che questo accada per una fatale convergenza di storia e geografia, cioè grazie al riconoscimento di due dimensioni adiacenti, reciprocamente pattuite, e sempre permutabili. Prima e dopo, qui e altrove, si spiazzano e nel frattempo si scambiano le parti per scoprirsi volta a volta il parziale desideroso di un totale, una metà necessariamente manchevole, una utopia ( cioè il senso della vita compiuta, la pienezza dell’esperienza) che il proprio adempimento ha bisogno vicendevole di spazio e di tempo. Non a caso la parola-chiave della Macina è “radici” ( il nero patema dei subalterni e degli sfruttati, i segni degli ammutoliti, nei secoli, da una dinamica di classe divenuta destino) mentre l’emblema dei Gang si ridefinisce alle “Ali”, dunque alla prefigurazione della città futura, a un gesto di svincolo che sottragga il neo proletariato urbano alle catene e ai ceppi, spesso invisibili, su cui continua a buttare sudore e sangue, quando lo stato delle cose presenti giunge a proclamare inessenziale, addirittura inesistente, il suo essere espropriato / defraudato/ alienato. Ecco sorgere il canto della questua, il lamento della malmaritata, il malinconico addio della stagione “filandara” o il salterello dirompente dentro un carnevale già ipotecato dalla quaresima, però tutti quanti tradotti nel combat-rock che esalta il vibrato vocale di Marino e la chitarra di Sandro, scoscesa e insieme lunare; ed ecco rispondere il dialetto dell’emigrato, l’urlo dell’operaio – massa, l’orgoglio o la nuda elegia del vecchio partigiano, ritrasmessi dalla partitura di Gastone, desolatamente spoglia e malinconica. Va da sé che Cecilia e Kowalsky, Monsano e Filottrano, la stazione di Bologna e il cielo sopra Bagdad, Mirafiori e Sesto San Giovanni, gli orizzonti dell’Adriatico e il reclusorio minorile del “Ferrante Aporti” , sono nient’altro se non i nomi e i luoghi d’un’umanissima e ormai atavica epopea, la stessa degli individui cancellati o rimossi, al passato e di quelli perseguitati o emarginati, al presente. Down and out, come il titolo di Gorge Orwell, lì si collocano ora i referenti ora invece i destinatari della Macina e dei Gang: musica  e parole per chi, letteralmente, viene buttato fuori dalla vita, per chi continua a guardarla da sotto.

Massimo Raffaeli