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Fine Maggio 95:
la sfortunata rivista Smemoranda esce con un intero inserto dedicato ai Gang, in questo
troviamo un racconto/intervista scritto da Paolo Rossi...ci racconta i suoi Gang!
di Paolo Rossi
Non ricordo la data precisa
in cui conobbi i Gang, so solo che avvenne tanti anni fa in occasione di un loro concerto
che tennero a Milano , in piazza Vetra. Credo che avessero già pubblicato qualche disco
perché il pubblico milanese li conosceva bene e cantava in coro le loro canzoni. Anche se
la coreografia era essenziale sapevano tenere bene il palco, suonavano ad alto volume e
comunicavano con il pubblico senza fronzoli e demagogie. La cosa che mi impressiono
quando, a fine spettacolo , parlai con loro, fu infatti la schiettezza e
limmediatezza dei personaggi, quella loro marcata parlata marchigiana che
contrastava un po con quei loro giubbotti neri che indossavano e i testi
rigorosamente in inglese delle loro canzoni. Mi risultarono subito simpatici e riconobbi
nel loro modo di esibirsi il piacere di stare sul palco, la capacità di simulare la
realtà che hanno tutti gli attori per porgerla nel modo giusto, il rigirare le cose per
sviscerarle nella loro complessità, per raccontare delle storie in modo non banale. Un
modo di fare genuino che soprattutto nella musica ha lasciato il posto ad atteggiamenti
spesso più affettati. Il teatro è un po la madre di tutte le forme espressive, ha
in sé il gioco della truffa, ma la sua forza è la sincerità e i Gang mi sembrano
onesti. Poi, con il tempo, li ho rivisti altre volte e siamo diventati amici. La loro
evoluzione intanto li ha pian piano portati a scrivere testi in italiano e questo
lho trovato perfettamente naturale perché ci sono dei percorsi che
partono da casa per portare molto lontano ed altri invece che percorrono il cammino
inverso. I Gang, dopo un lungo girovagare, sono tornati alla loro terra perché in fondo
ne avevano una gran voglia e perché è giusto che alla fine di una propria ricerca, dopo
che si sono scoperti nuovi significati, si voglia verificarli dove si è cresciuti.
Nonostante abbiano un modo diverso dal mio di navigare nelle acque dello spettacolo e
siano molto più ortodossi di me nella modalità espressiva abbiamo avuto un percorso
di crescita molto simile: entrambi abbiamo iniziato con un repertorio che era
indirizzato verso un pubblico particolare, in gran parte proveniente dalla sinistra
storica e rivoluzionaria, abituato ad un certo tipo di ironia e con un immaginario molto
preciso e prevedibile. Ci esprimevamo con il loro stesso linguaggio parlando di una
realtà vista da unangolazione ben precisa e condivisa dalle stesse esperienze senza
badare più di tanto ad allargare il ventaglio delle nostre proposte. Certo, loro
provenivano dal punk e volevano misurarsi con la realtà, con linsofferenza e la
precarietà dovute non tanto a problemi esistenziali quanto a quelli materiali e proprio
per questo, nei loro pezzi, non poteva esserci molto spazio per lironia, preferivano
parlare delle difficoltà del quotidiano perché era un argomento che li interessava e lo
volevano esprimere in modo duro. Ma il problema di andare oltre una certa peculiarità, un
artista, prima o poi se lo deve porre, anche perché stiamo vivendo un periodo di grande
transizione in cui stanno mutando molti valori e i punti di riferimento spesso crollano.
I Gang, a questo proposito, mi sembra che si siano mossi nella giusta direzione,
sono riusciti a coinvolgere un pubblico sempre più vasto mantenendo fede alle proprie
convinzioni e nello stesso tempo ampliando la problematica. La loro intuizione è stata
quella di avvicinarsi sempre più alla tradizione, alle proprie radici, non solo dal punto
di vista dellelaborazione del pensiero, ma anche da quello musicale: le loro ultime
canzoni sono decisamente dei bei lavori, intelligenti e piacevoli da ascoltare. Marino e
Sandro partono dallesigenza di dire qualcosa che sentono come pressante dentro di
loro e non certo perché tali tematiche sono di moda; sono artisti genuini alla continua
ricerca della loro anima, dei ricercatori della verità che scandagliano fino a
frammentarla, rigirarla e esaminarla nei meandri più reconditi e di ciò ci fanno
partecipi. Ci danno delle idee su cui soffermarci a pensare: da questo punto di vista sono
dei veri artisti, dei mediatori, dei tramiti di esperienza lucidi e dialettici, capaci,
prima di tutto, di mettere in discussione se stessi. Il mestiere del cantastorie è ciò
che hanno sempre ammirato e, nello stesso tempo, la loro vocazione. Riuscire a
adattare questa forma di arte al presente è la vera scommessa: proporla con immediatezza
e sincerità è lambizione di questo gruppo che ha avuto bisogno di vagabondare
molto prima di trovare la propria strada, la dimensione più conforme. Ma se questo è
oggi labito della giusta taglia non è detto che lo rimanga per sempre: i Gang
continuano a immagazinare dati e quando ne avranno a sufficienza proporranno senza
esitazione nuovi mondi da esplorare e da raccontarci.
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