Fine Maggio 95: la sfortunata rivista Smemoranda esce con un intero inserto dedicato ai Gang, in questo troviamo un racconto/intervista scritto da Paolo Rossi...ci racconta i suoi Gang!

di Paolo Rossi

rossi.jpg (13817 byte)Non ricordo la data precisa in cui conobbi i Gang, so solo che avvenne tanti anni fa in occasione di un loro concerto che tennero a Milano , in piazza Vetra. Credo che avessero già pubblicato qualche disco perché il pubblico milanese li conosceva bene e cantava in coro le loro canzoni. Anche se la coreografia era essenziale sapevano tenere bene il palco, suonavano ad alto volume e comunicavano con il pubblico senza fronzoli e demagogie. La cosa che mi impressiono quando, a fine  spettacolo , parlai con loro, fu infatti la schiettezza e l’immediatezza dei personaggi, quella loro marcata parlata marchigiana che contrastava un po’ con quei loro giubbotti neri che indossavano e i testi rigorosamente in inglese delle loro canzoni. Mi risultarono subito simpatici e riconobbi nel loro modo di esibirsi il piacere di stare sul palco, la capacità di simulare la realtà che hanno tutti gli attori per porgerla nel modo giusto, il rigirare le cose per sviscerarle nella loro complessità, per raccontare delle storie in modo non banale. Un modo di fare genuino che soprattutto nella musica ha lasciato il posto ad atteggiamenti spesso più affettati. Il teatro è un po’ la madre di tutte le forme espressive, ha in sé il gioco della truffa, ma la sua forza è la sincerità e i Gang mi sembrano onesti. Poi, con il tempo, li ho rivisti altre volte e siamo diventati amici. La loro evoluzione intanto li ha pian piano portati a scrivere testi in italiano e questo l’ho trovato perfettamente   naturale perché ci sono dei percorsi che partono da casa per portare molto lontano ed altri invece che  percorrono il cammino inverso. I Gang, dopo un lungo girovagare, sono tornati alla loro terra perché in fondo ne avevano una gran voglia e perché è giusto che alla fine di una propria ricerca, dopo che si sono scoperti nuovi significati, si voglia verificarli dove si è cresciuti. Nonostante abbiano un modo diverso dal mio di navigare nelle acque dello spettacolo e siano molto più ortodossi di me nella modalità espressiva abbiamo avuto un percorso   di crescita molto simile: entrambi abbiamo iniziato con un repertorio che era indirizzato verso un pubblico particolare, in gran parte proveniente dalla sinistra storica e rivoluzionaria, abituato ad un certo tipo di ironia e con un immaginario molto preciso e prevedibile. Ci esprimevamo con il loro stesso linguaggio parlando di una realtà vista da un’angolazione ben precisa e condivisa dalle stesse esperienze senza badare più di tanto ad allargare il ventaglio delle nostre proposte. Certo, loro provenivano dal punk e volevano misurarsi con la realtà, con l’insofferenza e la precarietà dovute non tanto a problemi esistenziali quanto a quelli materiali e proprio per questo, nei loro pezzi, non poteva esserci molto spazio per l’ironia, preferivano parlare delle difficoltà del quotidiano perché era un argomento che li interessava e lo volevano esprimere in modo duro. Ma il problema di andare oltre una certa peculiarità, un artista, prima o poi se lo deve porre, anche perché stiamo vivendo un periodo di grande transizione in cui stanno mutando molti valori e i punti di riferimento spesso crollano.   I Gang, a questo proposito, mi sembra che si siano mossi nella giusta direzione, sono riusciti a coinvolgere un pubblico sempre più vasto mantenendo fede alle proprie convinzioni e nello stesso tempo ampliando la problematica. La loro intuizione è stata quella di avvicinarsi sempre più alla tradizione, alle proprie radici, non solo dal punto di vista dell’elaborazione del pensiero, ma anche da quello musicale: le loro ultime canzoni sono decisamente dei bei lavori, intelligenti e piacevoli da ascoltare. Marino e Sandro partono dall’esigenza di dire qualcosa che sentono come pressante dentro di loro e non certo perché tali tematiche sono di moda; sono artisti genuini alla continua ricerca della loro anima, dei ricercatori della verità che scandagliano fino a frammentarla, rigirarla e esaminarla nei meandri più reconditi e di ciò ci fanno partecipi. Ci danno delle idee su cui soffermarci a pensare: da questo punto di vista sono dei veri artisti, dei mediatori, dei tramiti di esperienza lucidi e dialettici, capaci, prima di tutto, di mettere in discussione se stessi. Il mestiere del cantastorie è ciò che hanno sempre ammirato e, nello stesso tempo, la loro vocazione.  Riuscire a adattare questa forma di arte al presente è la vera scommessa: proporla con immediatezza e sincerità è l’ambizione di questo gruppo che ha avuto bisogno di vagabondare molto prima di trovare la propria strada, la dimensione più conforme. Ma se questo è oggi l’abito della giusta taglia non è detto che lo rimanga per sempre: i Gang continuano a immagazinare dati e quando ne avranno a sufficienza proporranno senza esitazione nuovi mondi da esplorare e da raccontarci.

 

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